DON ANTONIO ZECCA
RICORDANDO… Difficile racchiudere un uomo come don Antonio Zecca in una sola definizione: sacerdote, poeta, scrittore, oratore, cappellano militare, oppure semplicemente amico. Era insieme tutte queste cose, più altro ancora: un uomo capace di cogliere ogni occasione per rompere il guscio di solitudine che avvolgendo ogni individuo in società gli impedisce di esprimere compiutamente la sua umanità più intima, di socializzare con gli altri, di sentirsi in comunità di sentimenti con gli uomini, con la natura, con Dio. Sentirlo raccontare storie d'altri tempi o della giornata appena trascorsa era come rivedere un film, tanto il suo racconto era colorato e particolare. Da dove cominciare, visto che la vastità degli argomenti trattati era tale che nello spazio di una mezz'ora saltellava con l'agilità di un atleta da un argomento all'altro. Quando trattava i vari temi della "commedia umana" c'era in lui il gusto innato per una conversazione serena anche sugli argomenti più aspri su cui non aveva timore di confrontarsi. Il suo senso di valutazione di eventi e persone non era affatto datato o sommario, ma assai concreto e calibrato: dal sorriso bonario, al tono comprensivo e saggio di chi ne ha viste e sentite tante in confessione e fuori, al tono critico nei confronti di chi pur conoscendo i propri limiti… si spingeva oltre alla bocciatura senza appello nei confronti di chi quei limiti non li conosceva affatto e peccava per ignoranza e presunzione. Ecco, solo allora il suo carattere si rivestiva di un' energia e di uno sdegno appena attenuato dall'età, così che (parafrasando un espressione del Manzoni) "don Antonio tornava ad essere don Antonio". Queste caratteristiche lo rendevano versatile e trasversale ad ogni fascia di età, cultura, ideologia: gli consentivano di spaziare lucidamente sui temi più disparati offerti dal colloquio. Bastava un solo spunto ed improvvisamente gli argomenti risalivano la china della quotidianità per offrire osservazioni e pensieri più profondi: lì, lui lasciava in libertà la sua seconda natura, quella di attento osservatore dallo sguardo distaccato. Come colui che ha ormai raggiunto cime così alte da poter godere un panorama stupendo, fatto di umanità, bellezze naturali, fede, ricordi e poesie. Il tutto con la capacità di chi sa molto bene articolare le parole e strutturare i discorsi in semplicità ed efficacia. Sarebbe quella che letterariamente viene chiamata oratorio, ma dell'oratoria, di cui era conosciutissimo maestro, gli mancava la ridondanza. Semmai, era vero l'esatto contrario: aveva il dono dell'essenzialità, nel linguaggio come nella vita.Questo lo predisponeva ad esprimere con pochi versi o brevi frasi, lunghe riflessioni e prosaiche descrizioni e raggiungere così lo scopo di rendersi intelligibile da tutti, sui libri come sull'altare. Da qui la sua immediatezza, anzi la sua popolarità. Ma, a proposito di popolarità, la sua interiorità in versi o in prosa aveva voluto renderla pubblica con un gesto di assoluta gratuità ( lo aveva paragonato all'amichevole offerta di un caffè) verso i cittadini e amici sparsi per ogni dove; da loro, altro non si aspettava che una rispettosa lettura. Nulla poteva farlo maggiormente irritare, quanto lo scoprire che chi aveva ricevuto quel dono lo aveva accuratamente conservato (come nella evangelica "parabola dei talenti") senza neanche aprirlo; per contro, niente lo gratificava di più, quanto il sapere che persone a lui conosciute che avevano sentito o letto qualcosa dei suoi libri, gliene chiedevano un copia argomentando il loro interesse. Questo -più dei numerosi premi e riconoscimenti letterari- lo ricompensava abbondantemente di tutte le spese e le fatiche sostenute (che non erano certo poche per un uomo della sua età, abituato a far tutto da solo, a non chiedere nulla, o a chiederlo con molta discrezione). Specialmente quando si trattava di riordinare e riscrivere la serie di composizioni e appunti sparsi in centinaia di foglietti, o di seguire le laboriose operazioni di stampa, oppure organizzare le presentazioni in pubblico. Era allora che la sua capacità organizzativa e la sua lucidità, conservate intatte, diventavano eccezionali; con l'unico ausilio di uno strumento: il telefono. La serie di telefonate a qualcuno dei numerosi amici ( a cui egli dava lustro), con la solita raccomandazione alla brevità e alla concisioni negli interventi, senza troppe smancerie: ed eccolo alla fine della serata, stanco, ma gratificato della riconoscenza degli interventi e del pubblico. Vien da chiedersi, perché rendere pubblici i suoi sentimenti più intimi, le sue emozioni, la sua sensibilità di uomo e di credente, al di là del ruolo per cui era ampiamente conosciuto ed apprezzato? Perché quella era una dimensione che in sé aveva scoperto più profonda e che gli aveva fatto rielaborare tutta la sua esperienza, gli uomini ed il mondo, col senso di distacco necessario nell'ultimo tratto della sua vita. Aveva visto e sentito tanta gente che con discrezione o nel segreto della confessione gli raccontava i propri affanni o i segreti più profondi, oppure quanto, nell'oscurità delle mura domestiche, veniva soffocato dalle convenzioni o da rigidi schemi sociali: con molta saggezza e comprensioni aveva curato un vasto campionario di umanità da cui spesso traeva spunto per le sue composizioni. Aveva conosciuto, viaggiato, predicato, tanto e in tanti luoghi diversi.
Dovunque era rimasto in contatto con persone di ogni genere e specie; di ciascuno sapeva individuare pregi e difetti: il che, con la schiettezza che gli era tipica, li consentiva, da un lato di parlare liberamente, anche con franchezza, senza paura di ferire, dall'altro di superare la logica delle appartenenze e delle formalità ( fatto del tutto anomalo per un piccolo paese con spazi di manovra piuttosto ristretti). Essenzialità nel linguaggio, applicata anche hai rapporti personali, alleggeriva questi ultimi di ogni aspetto formale o superfluo che solitamente le convenzioni impongono: in una parola, le sue relazioni rispondevano solo alla logica dei valori ( umani, affettivi, culturali o religiosi). Il resto era solo prologo o contorno di lunghe e serene conversazioni o di approfonditi dialoghi in cui volentieri s'immergeva isolandosi da tutto ( per questo staccava anche il telefono) e trascurando anche lo scorrere del tempo. La sua riserva di autonomia, frutto di una vita privata assolutamente semplice, se non addirittura spartana, la sfruttava per intero; quando proprio la salute non lo accompagnava, per evitare fastidiose dipendenze, o peggio la formalizzazione dei rapporti, abbassava discretamente una tendina sulla sua privacy e nessuno sapeva più nulla di lui. Esattamente come avrebbe voluto fare per il suo appuntamento finale con Dio: scomparire dalla scena della vita senza tanti rituali né concessioni al pubblico. A questo appuntamento aveva rivolto da tempo i suoi pensieri; da lucido organizzatore quale era non aveva trascurato nulla, neanche i dettegli del suo funerale (risulta che avrebbe voluto persino anticiparne le spese). Una lucidità segno di lunga e cosciente preparazione vissuta con orgogliosa e sofferta solitudine- condizione umanamente molto forte, soprattutto per chi quella stessa solitudine, prima l'ha combattuta per tutta la vita ed ora la sceglie quale compagna del suo ultimo viaggio-.

Gli ultimi tempi in particolare, hanno rappresentato una specie di riordino ideale delle carte della sua vita, perciò alla sua recente pubblicazione aveva voluto dare quel titolo che valeva più di un difficile discorso di addio: "ultimo caffè", quasi un testamento poetico, o forse un ultimo incontro conviviale delle serie a cui ci aveva abituato, prima di chiudere del tutto le tendine della sua vita terrena. Poi… silenzio! Avrebbe voluto spegnere i riflettori su di sé, staccare il telefono con tutti, per questo importantissimo colloquio con l'Eterno che lo avrebbe immesso in un'altra dimensione (quella che si intravede nei suoi scritti) in cui davvero si ha la misura esatta degli atti della propria vita come di quella altrui senza che su questo possa minimamente incidere il giudizio degli uomini, buono o cattivo che sia. Vale sempre avere il confronto e il conforto di qualcuno, ma in questa circostanza c'è solo la propria coscienza e la fede a darle fondamento. Quanto a noi, diciamo solo che don Antonio aveva avuto da Dio in dono il talento della parola per esprimere una sua grande umanità e quel talento non ha temuto di metterlo a disposizione di tutti e lo ha così ben utilizzato e speso nel corso della sua lunga vita, per far comprendere a tutti la grandezza dei doni che Dio ha fatto a ciascuno: la vita, l'intelligenza per metterci in relazione col mondo, la fede per metterci in relazione con Lui e i sentimenti per guardarci dentro e tenerci in relazione con tutti.

Gaetano Papadia